Amarcord

Il Contagio

racconto di Emmanuele Bianco

Prologo

Questa è una storia che nasce verso la fine degli anni ottanta, a Milano, in Piazzale Angelo Moratti, Presidente. Nasce lì fuori, in un punto imprecisato del piazzale. E nasce con una voce che è altre ventimila all’unisono, in un settore compreso tra la torre uno e la torre quattro dello Stadio Giuseppe Mezza.

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Io, invece, nasco in una notte di novembre fredda e nebbiosa, a Milano, in Piazza dell’Ospedale Maggiore numero tre, esattamente, al netto di anni bisestili, millenovecentosettantuno giorni prima.

IL CONTAGIO

Periferia nord di Milano, interi quartieri nati per far dormire operai immigrati dal sud Italia per lavorare in fabbrica. Ce n’erano tante di fabbriche intorno a Milano. La Falck, la Breda, la Pirelli, la Magneti Marelli. Immigrati che arrivarono senza soldi, con tanti sogni, le idee chiare e il calcio a riempire gli interstizi di un’esistenza prefinita. Mio papà era uno di quelli, un ragazzino di quindici anni, un po’ ribelle, un po’ romantico.

Un interista, insomma.

Nacque sotto il segno del grande Torino e maturò la vocazione nerazzurra nel cinquanta, a nove anni. Nel cinquantaquattro, di neppure quattordici anni, lasciò tutto e tutti e si trasferì a Milano, dove la sua Inter festeggiava il settimo scudetto della sua storia. Vennero due figlie una milanista e una a cui non fregava nulla del calcio. E un figlio, maschio, dotato di un buon tiro e una visione di gioco non del tutto scontata. Papà mi faceva trovare sul tavolo della sala i numeri della rivista Inter Squadra Mia e, pur non avendo una cameretta dove appendere i poster, ricordo che internamente alle ante degli armadi di casa attaccava paperotti con sciarpa e bandiere interiste che inneggiavano alla squadra come ultras, tipo: “Forza ragazzi non vi lasceremo mai”. Nonostante gli inviti subliminali e non di mio papà cominciassero a sciogliere l’inverno della mia fede calcistica, io tentennavo alla domanda: “Che squadra tifi?”. Non tifavo nulla, non avevo esperienze di tifo, mi piaceva l’Inter, in casa non mancava mai un portachiavi, una sciarpetta, un giornalino. Eppure papà non riusciva a capire dove sbagliasse. Mi aveva iscritto a una scuola calcio, incoraggiando il mio piede destro a non avere vergogna né paura di nessuno. Così facendo, forse, incoraggiava anche la sua giovinezza a tornare, guizzante, nelle vene. La fabbrica ci lasciava poco tempo per stare insieme, ma non ho mai sentito dirgli, neanche una volta, sono stanco. Mai, neanche in punto di morte. Così decise che fosse una buona idea creare un parallelismo, un’identificazione tra me e Lothar Matthäus, tra il suo destro e il mio, tra il suo baricentro basso e il mio.

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Funzionò. Cominciai a chiedere i risultati delle partite dell’Inter e soprattutto se avesse segnato quel mastino d’acciaio dal destro scarnificante di nome Lothar Matthäus. Una volta restammo chiusi in ascensore, papà aveva la radiolina da stadio, quelle che appartengono solo alla memoria e si mettevano adagiate all’orecchio, come un telefono cellulare. Stavamo ascoltando Roma – Inter. La partita era iniziata da pochissimo quando il telecronista annunciò un gran goal del mio tedesco preferito. I vigili del fuoco arrivarono che era quasi finito il primo tempo, ma papà fiutò qualcosa nei miei occhi. Due settimane dopo, il due aprile millenovecentottantanove, esattamente millenovecentosettantuno giorni prima di quella notte fredda e nebbiosa di novembre in Piazza dell’Ospedale Maggiore numero tre, papà mi portò in Piazzale Angelo Moratti, Presidente. Quando arrivai ebbi l’impressione che i miei occhi non riuscissero a contenere la grandezza di quello stadio. Mi sembrava – a dirla tutta a distanza di anni posso dire di averne avuto certezza – la cosa più bella mai vista fino a quel momento. Papà era raggiante, la sua intuizione era stata giusta. L’ultima spintarella che avrebbe definitivamente sbilanciato la

mia fede interista fuori dal nido e mi avrebbe fatto spiccare il volo nei cieli della gloria e delle disfatte era lì, oltre quei cancelli senza tornelli che in molti scavalcavano. Non erano ancora iniziati gli anni novanta, eravamo fuori dalla guerra da un pezzo, all’orizzonte c’era una possibilità per chiunque e tutte le persone che camminavano verso lo stadio, quella fiumana allegra e spensierata di persone mai vista prima, sembrava avere ragione da vendere. Papà stava contrattando il prezzo con un bagarino, ciascuno rispolverò il proprio dialetto del sud, come due pavoni che mostrano la coda di un’esistenza di pari umiltà e astuzia. Papà parlava in calabrese

compà, a partita sta ‘ncignandu

il bagarino rispondeva in napoletano

 eh, agg capit

Non ricordo per quale cifra s’accordarono, dopo dieci minuti di puro teatro dell’assurdo, ma ricordo nitidamente mio padre che tirò fuori i soldi dal calzino e il bagarino che borbottava sul fatto che erano tutti sudati. Eravamo veramente a ridosso dell’inizio della partita. A un tratto lo sentii e tutto mi fu finalmente chiaro. Quell’urlo non era soltanto la tacca di mira, ma anche gli ingranaggi che cercavano la giusta distanza tra le lenti nitide della mia fede interista e la pellicola vergine del mio cuore di bambino. Quell’urlo era quello della Curva Nord. Si dice che il nostro cervello sia in grado di creare nuovi neuroni fino all’età di settant’anni. Be’ oggi posso affermare che i miei neuroni da latte andarono fuori produzione dal momento esatto in cui sentii quell’urlo. Da quel momento in avanti diventarono neuroni permanenti, completi dell’additivo passione. Quel giorno Lothar Matthäus segno una doppietta in cinque minuti, l’Inter passeggiò su Como ma non sulle sponde di quel lago, col ramo che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti, ma sulla squadra di calcio proprio.

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Finita la partita dissi a papà che ero diventato interista. Lui mi rispose che ero diventato un ometto. E quella parola, ometto, mi faceva sentire finalmente un bambino risolto e felice.

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