Quel che resta del Mancio

piccione

Guardate bene la foto. Sì, lo so, è un piccione, ma è proprio l’immagine che volevo mostrarvi. Questa e nessun’altra.

Se la pubblico è perché io mi sento così. L’occhio pallato e vacuo, lo sguardo folle, scriteriato, forse anche lo stesso grado di pulizia, di certo la stessa mancanza di tranquillità.

Non è una condizione normale. Non sono sempre così. È indotta.

Mi sento vuoto, mi manca qualcosa. Da qualche giorno vago tra i siti sportivi (giuro che ho navigato anche il Corriere dello Sport), per avere un segnale una flebile fiammella che ravvivi il buio che si addensa tutto intorno, un barlume di luce che tracci la via.

Perché la domanda o meglio le domande che mi frullano per la testa e mi fanno simile al pennuto sgradevole sono sempre la stesse.

Ma quando iniziamo a fare mercato?

Quando cominciamo a prendere giocatori? Qual è l’idea di formazione che abbiamo, non dico da qui alla fine dell’anno, ma almeno da qui a ottobre (e voglio stare largo).

Io non l’ho capita.

Magari un po’ piccione lo sono sempre stato, ma questo precampionato è ancora  più strampalato e indecifrabile dei precedenti. Non vedo nessuno in grado di soddisfare le mie aspettative, di saziare i miei appetiti, uno che meriti un trionfale volo planato e una tubata di quelle serie.

Non riesco a vedere una squadra. Neanche il suo embrione.

Prendiamo la formazione con la quale al 92′ abbiamo spezzato le ossa  al Real Salt Lake (i mormoni mi sono sempre stati sulle palle, anche nella scelta dei nomi). Negli States siamo scesi in campo con:

Handanovic (dall’11’ s.t. Carrizo); Ansaldi (dall’11’ s.t. Miangue), Ranocchia, D’Ambrosio, Nagatomo; Zonta, Melo (dal 23′ s.t. Bakayoko), Kondogbia (dall’11’ s.t. Gnoukouri, dal 36′ s.t. Della Giovanna); Bessa; Palacio (dal 32′ s.t. Pinamonti), Jovetic.

Più la leggo e più lil mio occhio piccione s’ingrandisce, strabuzza. Chi siamo? Dove vogliamo andare? C’è vita nello spazio?

D’accordo mi dico, è il 20 luglio e c’è ancora tempo. Ma quanto? Le altre squadre si stanno organizzando, modellano nel bene e nel male un’idea di formazione.

La nostra qual è?

Forse se lo chiede anche Roberto Mancini e invece che rispondere finisce come me per assomigliare sempre di più al pennuto (non me ne voglia).

Piacesse o meno, lui una squadra l’aveva progettata. Un’idea (buona o cattiva che fosse), l’aveva messa sul piatto. La ricetta era pronta così come la lista della spesa e l’aveva sottoposta al padrone). Aveva fatto alcune richieste fondamentali.

Non ne hanno presa in considerazione neanche mezza.

La più bruciante delle bocciature? Yaya Touré. Mancini lo aveva immaginato lì in mezzo al campo troneggiare, distribuire palloni, rompere e ricostruire. Gli hanno comprato Ever Banega. Bravo certo, ma cose se ne fa il Mancio?

Va detto che lo straordinario Yaya ha la veneranda età di 33 anni e un set di muscoli usurati come quelli di un cavallo al decimo Royal Ascot. Le probabilità che duri un altro anno appena sono altissime.

Il piccione  dice: ok, ci sto. Ma se non lui, allora chi?

Con Antonio Candreva stesso copione. Cercato, preteso, ma non acquistato. In questo momento e a meno di improvvisi cambi di marcia, viste anche le pretese di Lotito sembra più facile che Mancini abbia come regalo una Barbie Agente Segreto da schierare come esterno.

E lui, il mister tanto acclamato, rischia, nelle migliore delle ipotesi di allenare una squadra patchwork (accozzaglia di giocatori tirati su dal cilindro all’ultimo minuto utile e assemblati per durare almeno l’inverno), e nella peggiore di allungare le vacanze in rada sul suo yacht.

E dire che questo pre campionato, complice l’arrivo di una nuova e più ricca proprietà, sembrava prendere un’altra via.

Dunque, che cosa resta del Mancio? Forse più nulla. Forse è già archeologia. Forse questo mercato-non-mercato è finalizzato alla sua detronizzazione.

Ma così si fa male all’Inter.

Prendete una decisione. Riempite il vuoto che avete provocato, fatemi uscire dal limbo. Date un’impronta a questa squadra, un’ossatura. L’occhio pallato e vacuo non mi dona, le piume luride nemmeno.

Che poi, all’Inter si vuole bene lo stesso, ci mancherebbe. Basta saperlo. Basta attrezzarsi.

 

 

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